Spider

 

Basato sull’omonimo romanzo di Patrick McGrath il quale è anche autore della sceneggiatura, questo film racconta la storia di Dennis “Spider” Cleg (Ralph Fiennes), un uomo appena uscito da un ospedale psichiatrico che cerca di ripercorrere alcune tappe della sua esistenza visitando i luoghi della sua infanzia nella periferia londinese.

Dopo il manicomio viene ospitato in una fatiscente struttura riabilitativa gestita dalla signora Wilkinson (Lynn Redgrave), all’interno della quale il riaffiorare dei ricordi farà emergere alcuni episodi drammatici della sua infanzia, il suo rapporto ambivalente con la madre e la rivalità verso la figura paterna per la quale Dennis nutre sentimenti di rivalità e repulsione.

La narrazione, intervallata da episodi di vita reale e flashback, descrive la mente frammentata e informe di un uomo, all’interno della quale lo spazio e il tempo hanno perso la loro sequenzialità, dove la memoria storica si confonde generando sequenze autobiografiche completamente scollate dalla realtà fisica e oggettivabile.

L’angoscia della perdita dell’identità impone a Dennis di scrivere un diario nell’estremo tentativo di storicizzare la propria esistenza, una corsa affannosa per cercare di autodefinirsi rispetto a se stesso e agli altri. Ma questa operazione non può riuscire perché è soltanto uno dei tanti atti manierati, autoimposti per imitazione, dove la scrittura regredisce fino a diventare uno scarabocchio privo di significato.

In questo film David Cronenberg, esce dal filone del Body Horror, dove l’interesse per le trasformazioni del corpo in senso peggiorativo e molto spesso allegorico, lasciano spazio al racconto in soggettiva della storia di un uomo dalla mente disturbata, che pur rimanendo integro nei tessuti e nella sua fisicità, è comunque assoggettato dalla pesante sensazione di possedere un Io diviso dal proprio corpo.

Come un personaggio Kafkiano, Dennis è travolto dalla realtà e diventa il soccombente, sopporta la perdita della sintonia entrando in una condizione di isolamento schizoide, dove la percezione della temporalità interna è bloccata in un limbo privo di prospettive. Dennis in una sequenza del film, per paura di essere contaminato dal gas, si crea un’armatura fatta di cartone tenuta insieme da spaghi.

Questo tentativo di creare una corazza psicofisica che sostituisca la “pelle mancante”, ci mostra come il proprio corpo sia percepito come un oggetto che può essere contaminato o invaso dall’esterno e per questo deve essere protetto. Essere dotati di pelle significa essere schermati rispetto a ciò che sta fuori di noi, segna la linea di demarcazione tra il me e il non me, tra il dentro e il fuori, tra il contenuto e il contenitore dell’esperienza psichica.

Questa sensazione di essere inconsistente, di vivere nella compenetrazione dell’ambiente anziché nella sua condivisione, genera in Dennis la credenza di poter aumentare il proprio spessore con atti concreti, come ad esempio quello di indossare contemporaneamente tre diverse camicie.

La madre buona e archetipo della “vergine Maria”, nella mente di Dennis è stata uccisa dal padre in preda ad un impeto di follia e sostituita con una prostituta divenuta poi matrigna. La posizione schizo-paranoide domina la lettura della realtà e impedisce la risoluzione della dicotomia tra buono e cattivo, tra ciò che è bene e ciò che è male e implica di conseguenza la messa in atto dei meccanismi di proiezione e scissione, tipici delle patologie psicotiche.

La realtà interna ed esterna viene vissuta come scissa e non più conciliabile, fatta di oggetti parziali intraducibili dove il dubbio e la complessità della natura umana si annullano per dare origine ad una visione univoca che a volte diventa estremamente rassicurante, come nel ricordo di una “madre verginea”, mentre altre volte è l’incarnazione stessa del male nel ricordo di una “madre meretrice”.

L’evoluzione psichica della coscienza di Dennis si è interrotta alla fase embrionale dove l’unica soluzione possibile è il ritorno alla condizione “uroborica” di perfezione. Questa spinta regressiva emerge come tentativo di ritornare al “rotondo perfetto”, all’indistinto e indifferenziato rapporto con la madre/utero.

L’insicurezza ontologica dell’essere lo mette di fronte all’incapacità di affrontare molteplici vicissitudini della vita; difficoltà di ordine etico, sociale o spirituale, sono per lui concetti astratti non pensabili, proprio perché implicano la profonda conoscenza dell’altro come soggetto agente e dotato di intenzioni proprie.

Vivere nella società a queste condizioni non permette la strutturazione di un senso di appartenenza, e confina Dennis ad una affannosa difesa di se stesso minacciato da ogni più piccola circostanza della vita ordinaria. Il film termina con la chiusura del cerchio e il ritorno di Dennis in manicomio, luogo che assolve il ruolo di utero o contenitore in grado di svolgere la funzione di madre, naturalmente in maniera del tutto inefficace se non deleteria.

Dott. Giuseppe Del Signore

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